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Il Vietnam e la Scelta della Cultura: Un Modello per l’Occidente?

La notizia proveniente dal Vietnam, relativa alla riorganizzazione dell’Associazione per lo sviluppo delle industrie culturali e all’istituzione del Comitato per la cultura, la società e la comunità, è di quelle che, pur nella loro apparente tecnicità, meritano un’attenta riflessione. Lungi dall’essere una mera riallocazione di risorse o un esercizio burocratico, essa rivela una strategia chiara e un’ambizione significativa da parte di una nazione che, nonostante il suo recente passato e il suo rapido sviluppo economico, non dimentica il valore fondante della propria identità. Ma cosa significa tutto questo per noi, osservatori di un mondo occidentale spesso disorientato e alle prese con la ricerca di nuovi equilibri?

Il primo elemento che balza all’occhio è l’approccio integrato. Il Vietnam non parla solo di “industrie culturali”, ma le connette esplicitamente alla “società” e alla “comunità”. Questa non è una distinzione da poco. Tradizionalmente, in molti contesti occidentali, le industrie culturali sono state spesso percepite come settori a sé stanti, talvolta come mero intrattenimento o, nel migliore dei casi, come veicolo di espressione artistica. L’idea di legarle in modo così intrinseco al tessuto sociale e comunitario suggerisce una visione ben più ampia: la cultura non è un accessorio, ma un pilastro su cui costruire coesione, identità collettiva e, in ultima analisi, il futuro del paese.

Cultura come Strategia Nazionale: Oltre il Valore Economico

Il Vietnam, in questo senso, sembra aver colto un punto cruciale che l’Occidente, a volte, tende a sottovalutare: il valore non solo economico, ma anche strategico della cultura. Quando un governo o un’associazione riconosce la necessità di un comitato dedicato a questi ambiti, non sta semplicemente investendo in musei o spettacoli. Sta riconoscendo che la cultura è un motore di soft power, uno strumento per rafforzare i legami interni, per proiettare un’immagine distintiva all’estero e per preservare un patrimonio immateriale che altrimenti andrebbe perduto nella globalizzazione. Pensiamo, per un momento, al dibattito che si tiene in Italia intorno alla conservazione delle tradizioni locali, alla tutela del dialetto, alla valorizzazione di sagre e riti che, pur non generando enormi flussi economici diretti, sono elementi vitali della nostra identità e della nostra comunità. Il Vietnam, con questa mossa, sembra voler istituzionalizzare e dare un quadro organico a processi che da noi spesso procedono per iniziativa spontanea o frammentata.

L’approfondimento che ne deriva per i nostri lettori è significativo. Ci invita a riflettere sulla nostra stessa visione della cultura. Siamo ancora in grado di vederla come un collante sociale, un elemento che definisce chi siamo e da dove veniamo? O l’abbiamo relegata a un ruolo marginale, un lusso che ci si può permettere solo dopo aver risolto problemi economici o sociali più pressanti? L’esperienza vietnamita ci suggerisce che forse l’ordine di priorità dovrebbe essere rivisto. Investire nella cultura, nel senso più ampio del termine, significa investire nella resilienza di una società, nella sua capacità di adattarsi ai cambiamenti senza perdere la propria anima. Significa dare voce alle diverse componenti della comunità, promuovere il dialogo e rafforzare quel senso di appartenenza che, in un mondo sempre più liquido, diventa un bene prezioso.

In un’epoca di profonde trasformazioni, in cui le identità nazionali e locali sono messe a dura prova dalla globalizzazione e dalla digitalizzazione, l’iniziativa vietnamita non è solo una notizia asettica, ma un richiamo. Un richiamo a considerare la cultura non come un costo, ma come un investimento fondamentale. Un richiamo a osservare come altre nazioni, con storie e traiettorie diverse, stiano scegliendo di puntare sul proprio patrimonio immateriale e sulla coesione sociale per costruire un futuro più solido. Forse, anche l’Italia, con il suo inestimabile tesoro di tradizioni, arte e radici profonde, potrebbe trarre ispirazione da questa prospettiva, ripensando il ruolo e la struttura dei propri enti culturali per abbracciare una visione più integrata e strategica.

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