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La cultura come presidio di legalità: oltre il Premio Borsellino, un investimento sul futuro

Le parole di Alfredo Biondi in occasione del Premio Borsellino – “investire nella cultura per una società capace di respingere l’illegalità” – risuonano con una forza particolare in un momento storico in cui i valori della legalità e della giustizia sembrano costantemente messi alla prova. Non si tratta di una frase di circostanza, ma di un monito profondo che ci invita a riflettere sul ruolo della cultura come baluardo irrinunciabile contro ogni forma di illegalità, dalle mafie alla corruzione, dall’evasione fiscale alla microcriminalità diffusa.

Spesso, quando si parla di lotta all’illegalità, il pensiero corre immediatamente alle forze dell’ordine, alla magistratura, alle leggi. Sono pilastri fondamentali, certo, ma Biondi ci ricorda che la vera rivoluzione parte da un terreno più fertile e silenzioso: quello delle coscienze. Una società sana, capace di respingere l’illegalità, non è solo quella che punisce il crimine, ma quella che lo previene, che lo rende socialmente inaccettabile, che lo priva di ogni legittimazione culturale.

La cultura come anticorpo sociale

Cosa significa concretamente “investire nella cultura” in questo contesto? Significa, in primo luogo, un investimento nell’istruzione. Una scuola che non sia solo un luogo di trasmissione di nozioni, ma un laboratorio di pensiero critico, di educazione civica, di comprensione delle dinamiche sociali e della storia del nostro Paese. Conoscere il sacrificio di figure come Paolo Borsellino, Falcone, ma anche di tanti altri eroi della legalità, non deve essere un mero esercizio mnemonico, ma un’occasione per interiorizzare valori, per comprendere le conseguenze devastanti dell’illegalità sulla vita delle persone e sulla democrazia.

Ma la cultura va oltre la scuola. È anche l’arte, la letteratura, il teatro, il cinema che raccontano storie di riscatto, che denunciano soprusi, che aprono gli occhi su realtà scomode. Pensiamo a quanto il cinema o la letteratura abbiano contribuito a svelare meccanismi mafiosi, a dare voce a vittime e testimoni, a far sì che intere generazioni si confrontassero con il lato oscuro della nostra società. Questi strumenti non sono solo intrattenimento, ma potenti veicoli di sensibilizzazione, capaci di creare un’empatia che spesso le aride cronache non riescono a generare.

Investire nella cultura significa anche sostenere le associazioni che promuovono la legalità, che lavorano sul territorio, che offrono alternative concrete ai giovani a rischio, che creano spazi di aggregazione sani e stimolanti. Significa valorizzare le tradizioni civili del nostro Paese, riscoprire il senso di appartenenza a una comunità basata su principi etici solidi. Significa, in definitiva, formare cittadini consapevoli, informati, capaci di discernere il giusto dall’ingiusto, di non lasciarsi sedurre dalle sirene dell’illegalità, che spesso si presentano sotto forma di scorciatoia o di presunta efficienza.

Le parole di Biondi, dunque, ci spingono a un’azione collettiva e trasversale. Non basta l’intervento repressivo, per quanto necessario. Dobbiamo seminare, coltivare, far fiorire una cultura della legalità che sia endemica, profonda, radicata nel tessuto sociale. È un impegno a lungo termine, che non produce risultati immediati e spettacolari, ma che è l’unico capace di costruire una società veramente libera, giusta e, soprattutto, resiliente di fronte alle continue minacce dell’illegalità. Il Premio Borsellino non è solo un riconoscimento a chi si distingue nella lotta alla mafia, ma un promemoria costante che la battaglia più importante si combatte ogni giorno, nelle aule scolastiche, nelle pagine di un libro, sul palco di un teatro, nelle discussioni intorno a un tavolo: lì dove la cultura plasma l’anima di una nazione.

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